Intervista di Antonella Quaglia a Gianfranco Spinazzi, autore di “La zanzara muta”

Intervista di Antonella Quaglia a Gianfranco Spinazzi, autore di “La zanzara muta” Set 25, 2018

“Di solito gli scrittori non finalizzano i loro romanzi, li scrivono e basta, magari augurandosi che il loro contenuto muova i sentimenti e gli approfondimenti dei lettori. Io non faccio eccezione.” – Gianfranco Spinazzi

Gianfranco Spinazzi

Gianfranco Spinazzi ha esordito nella narrativa nel 1997 con Le Fototette (Supernova Edizioni) per poi pubblicare per la stessa casa editrice i romanzi Foghera a Venezia – C’erano una volta i cinematografi (2001), finalista al prestigioso “Premio Calvino”, e A.A.A. Venezia cercasi (2011).

Per Tragopano Edizioni pubblica nel 2013 Pagine Elisha, nel 2014 la trilogia sulle “Botteghe veneziane” (L’emporio a bussola di calle delle Bande; I mari del sud di calle dei Fabbri; Meridiano Toletta), nel 2016 Clessidra e nel 2018 La zanzara muta.

 

A.Q.: La zanzara muta ha una trama molto particolare, con protagonisti inusuali e complessi. Vuole raccontarci qualcosa del suo romanzo?

Gianfranco Spinazzi: Tutte le storie, o quasi tutte, nascono dalla realtà. Nel caso della “Zanzara muta” lo spunto deriva dall’incontro, chiamiamolo così, con un colombo morto rinvenuto sulle scale dello stabile in cui abito. Un fatto inconsueto dipendente dal luogo, per l’appunto le scale della mia abitazione. Di colombi morti Venezia ne semina molti, ma quel particolare colombo era morto “da me”, in un certo senso io divenni coprotagonista (non colpevole) del fatto. Iniziai a pensarci e a impostare un racconto, ma dopo un bel po’ mi accorsi che non filava. Mi fermai e pensai a nuove forme. Il primo tentativo era improntato solo sullo “scontro”. Il protagonista, un uomo di settant’anni uccide l’amante della moglie, lo distende sul letto e inizia a parlargli, come se potesse sentirlo. Soluzione “chiusa” perché troppo solipsistica. La seconda e definitiva versione affianca allo “scontro” l’“incontro”, non più un solo vecchio ma due, “l’assassinio” diventa solo virtuale, frutto del pensiero. La seconda parte si intitola appunto Secondo Assassino, ma nessuno uccide, se non implicitamente il Potere, qui rappresentato emblematicamente da Trump e Putin. Solo l’infanzia può garantire l’innocenza, ma una volta persa non la si può recuperare: troppe le elucubrazioni che finiscono col intorpidirla. Resta solo l’innocenza di gatti, cani, canarini…

 

A.Q.: Ne La zanzara muta si racconta di fallimenti e rimpianti, di dolori e di solitudini pressanti. Ma si racconta anche della forza della parola, della potenza che scaturisce dalla comprensione e dalla condivisione tra gli esseri umani. Da cosa o da chi è stato ispirato per la stesura del suo romanzo?

Gianfranco Spinazzi: Come eludere un ulteriore spunto: la stanchezza verso il genere umano! I protagonisti sono vecchi, alle prese con fallimenti e rimpianti, oppressioni e repressioni, con in più la consapevolezza  radicale della colpa e la più autopunitiva condanna (uno dei due vecchi dice di se stesso: “Sono un fesso, oppresso e represso”). Vecchi con alle spalle matrimoni falliti, in un verso o nell’altro, cattivi mariti, chi senza figli per non averli voluti, chi con figli avuti e mal assimilati a ossessioni e paranoie. Vecchi soli, “cattivi” perché appunto troppo soli, muti e claustrofobici, semmai in “circolo” di altri vecchi che si radunano al bar per tentare conversioni comunitarie non meno intrise di veleno. Ma la vecchiaia pur sempre riflette l’infanzia, ed ecco ricordi dell’età di Paperino e Topolino e altri alter ego degli anni dell’infanzia. Ma non solo. Esiste la condivisione della parola, non sempre protestataria, quando si tratta di comunicare, condividere e depurare la vecchiaia e la solitudine. Certo, rimane la filosofia preferenziale: “uccidere” (traslatamente) l’uomo colpevole e salvare una gatta dal baratro della morte. Ho voluto trattare questi temi con un po’ di ironia e surreale sarcasmo, non so se sono riuscito, spero di si. In questo mi sono ispirato non a esperienze dirette e tanto meno autobiografiche, quanto a un tipo di letteratura che mescola i toni “alti” a quelli “bassi”, non esimendomi di inserire luoghi e termini della più prosaica pratica vegetativa.

 

A.Q.: La metafora della zanzara muta è molto interessante, riassume bene il momento in cui il rumore assordante della vita sembra cessare improvvisamente a seguito di un evento, anche microscopico e insignificante per il mondo, ma che dona pace all’anima. Perché ha deciso di scrivere questo romanzo? Quale messaggio ha voluto consegnare al lettore?

La zanzara muta

Gianfranco Spinazzi: Di solito gli scrittori non finalizzano i loro romanzi, li scrivono e basta, magari augurandosi che il loro contenuto muova i sentimenti e gli approfondimenti dei lettori. Io non faccio eccezione. Nel citare la “zanzara muta” da cui il romanzo prende il titolo, intendevo introdurre un paradosso che servisse da codice per una via alternativa alla sola e nuda realtà della vecchiaia in particolare e della vita in generale. Una sorta di miracolo genetico, fatto apposta per chi troppo ha da recriminare del suo passato e del suo presente; ecco allora il futuro, la nuova versione, il silenzio prodotto dai più fastidioso degli insetti. La parabola della novità per chi è vecchio e assorbito dalla cronicità umana. Il capovolgimento degli assordanti canoni fenomenici, la trascendenza dell’invenzione, non meno di quanto facevano Qui, Quo, Qua, i “terribili” nipotini di Paperino che dalla parola traevano l’invenzione di aeroplani, transatlantici, dirigibili e altre macchine per viaggiare oltre il tempo e lo spazio. Oltre la logica. La Zanzara muta figlia della favola. La vecchiaia che chiama, forse un po’ pedantemente, quando non disperatamente, l’infanzia. A chi leggerà il mio romanzo consegno la speranza paradossale di una nuova vita.

 

A.Q.: Che cosa significa per lei scrivere e raccontare storie?

Gianfranco Spinazzi: Significa molte cose, non saprei da quale iniziare. Forse la spiegazione più semplice è pure la più complessa (l’ossimoro è una sorta di parentesi onoraria della letteratura): la libertà di dire ciò che si vuole, di sondare “l’altra faccia della luna”, senza remore morali, sociali, contenutistiche, formali… Non soffrire alcun divieto, fruire della licenza di uccidere senza per questo farsi assassini (il tema torna, a onore di tutti gli opposti di cui si fa carico la letteratura). Si può scrivere di tutto, perfino dell’amore tra un portaombrelli e una pentola a pressione. Non c’è limite alla parola. Alla metafora, al simbolo. Scrivere storie significa girare a 360 gradi, oppure fermarsi a 180, a 90, dipende, o dal controllo o dalla capacità di non controllare, oppure dalle due cose insieme. Controllare lo sbaraglio, la corsa folle, l’impossibile, l’assurdo, l’incubo, il bene e il male… Non c’è romanzo che non controlli l’incontrollabile, non c’è scrittore “sotto droga” che non possa rispondere della propria lucida volontà di scrivere e raccontare storie. Ecco cosa significa per me scrivere. Unire terra e luna in un unico “viaggio da fermo”. La letteratura non soffre né di pleonasmi né di retorica se è buona letteratura. Se si considera che i temi sono sempre gli stessi, amore, odio, vita e morte, sogni e realtà ecc, quanto dobbiamo alla letteratura che ci fa conoscere variabili sconosciute. Non c’è fondamentale scienziato che non abbia fatto pure della letteratura.

 

A.Q.: Colpisce molto la caratterizzazione dei due protagonisti della vicenda, il loro complesso modo di agire e di muoversi nel mondo e la loro inesauribile e tortuosa vita interiore. Le loro elucubrazioni sostengono la narrazione, divertendo ed emozionando, e aprendo scenari insoliti e ricchi di senso. Come si è approcciato alla delineazione di personalità così particolari e sfaccettate?

Gianfranco Spinazzi: “Sfaccettature” è appunto la parola chiave. Mi riproponevo di mescolare le carte, quante più possibili, a costo di non esserne capace, di fallire l’intento. Come lettore mi piace imbattermi in pagine oscure che al momento non capisco, e che semmai posso correlare in seguito, magari dopo mesi e anni, leggendo altri libri. Leggere e scrivere è un continuum, un deposito di possibilità che non si esauriscono, semmai si integrano con altre. Ogni romanzo per quanto circostanziato in luoghi e tempi precisi, storici, è sempre un piccolo infinito, protratto verso altri romanzi. Questa più o meno la base, la teoria a cui tendevo. Il risultato è altra cosa, spero solo di non aver troppo sgarrato dall’intento forse troppo ambizioso. Inesauribile e tortuosa vita interiore: vuol dire che l’interiorità sfocia nell’esteriorità e in una sofferta pratica di vita quotidiana che può passare pure per banalità, ma che nella vita dei miei due personaggi segna il senso della perdita e allo stesso tempo l’apogeo della nostalgia. Nel trattare tutto questo mi interessava dar prova di “forma”.  Sparigliare le parole a no’ di mazzo di carte da gioco, attento a distribuire quelle giuste e normative ma pure durante il gioco confonderle in maniera di cambiare gioco, o perdersi in quello iniziato.  Testi di canzoni, modi di dire, proverbi, stereotipi, le pleonastiche cinque dita della mano e altro, mi piace l’idea di un sofferto ma pure trascendente pastiche a proposito dei due personaggi. Forse ho chiesto troppo alle mie capacità, ma un troppo lo si può sempre diminuire, mentre il poco è difficile correggerlo.

 

A.Q.: Dal suo romanzo: “Le parole in vecchiaia hanno il potere di prolungare la vita”. Secondo lei la letteratura può dare sollievo al senso di smarrimento, al timore del domani e alla sofferenza esistenziale che ogni essere umano prova, così come accade ai suoi anziani protagonisti?

Gianfranco Spinazzi

Gianfranco Spinazzi: Naturalmente dipende dalle parole. Certe parole possono accorciare la vita, almeno al primo momento. È questa la differenza tra le parole scritte e quelle parlate; perfino la più dolorosa lettera  va vagliata come “scrittura” che prevarica in parte la sostanza del contenuto. Dire “non ti amo più” per scritto non denota l’irreversibilità che può scaturire da chi lo afferma a viso aperto. In questo caso la letteratura è tecnica, forma, artificio (non è riduttivo come può sembrare dire di un romanzo: sono solo parole). Detto questo, la letteratura, quando ovviamente non è troppo complice della vita vissuta del lettore (ci sono lettori che stabiliscono con la parola scritta aderenze e immedesimazioni in uno scambio delle parti in cui implicitamente chiedono al personaggio letterario di agire secondo affinità e modalità comuni), per quanto mi riguarda mi ha in parte salvato la vita. In parte. È un salvataggio che non esclude pure un senso di perdita. Se la letteratura rivela il tutto della vita, è anche vero che la più piccola parte di quel tutto può rivelarti proprio ciò che a te manca e che non potrai avere. La letteratura rappresenta la vita, ma certo non può coprirla, non può sostituirsi a essa. Il detto di Pirandello “La vita o la vivi o la scrivi” suona rinunciatario. Nel mio romanzo il vecchio che possiede “molti libri”, pur manifestando il desiderio di voler fare lo scrittore, non dice di aver mai provato a diventarlo. La letteratura non è tale se non racchiude la propria problematicità e la propria intermittenza di “occasione mancata”. Io che amo sopra ogni altra cosa i libri, se mi chiedessero quale era il mio sogno probabilmente risponderei che mi sarebbe piaciuto fare il campione sportivo. La letteratura è quanto di più lontana dal fideismo. È tensione continua, e se può salvarti la vita nella stessa misura te la può complicare. Smarrimento, timore per il domani, sono materie della letteratura, può darsi che in qualche o in molti frangenti (della vita) siano pure suoi pazienti, ma non credo di poterlo affermare con serenità.

 

A.Q.: Avremo modo di leggere un seguito delle vicende dei due protagonisti de La zanzara muta?

Gianfranco Spinazzi: Sto scrivendo un romanzo che ha più o meno la stessa idea di stanchezza e speranza di nuova vita. È fondamentalmente la vita di una famiglia, il padre di cinquant’anni, la moglie di qualche anno più giovane, i figli di venti e diciassette anni… Non credo ci siano affinità con i protagonisti della “Zanzara muta”, se non come ho detto per l’idea base di perdita e tentato controllo di ciò che rimane dei sogni e delle ambizioni. Quel che risulta è il tentativo di “forma” dato alla scrittura.

by Antonella Quaglia